L’ultimo maestro d’ascia cerca eredi «È stupendo dar vita a una barca in legno»

Fulvio Pacitto e il suo mezzo secolo passato nelle cantine «Che peccato vedere il palio con le barche in vetroresina» «Vesti un legno e sembrerà un regno. La resina del mondo intero è l’anticamera del cimitero». Il prossimo anno gli storici gozzi a 10 remi andranno in pensione e verranno sostituiti da nuove imbarcazioni in vetroresina. Una scelta storica da parte del comitato organizzatore del Palio Marinaro visto che fino ad oggi le barche sono sempre state di legno.

Fulvio Pacitto a Livorno è rimasto l’ultimo maestro d’ascia, erede di una lunga tradizione che purtroppo è andata perduta. E lui, avendo lavorato per oltre mezzo secolo con il legno, non poteva che essere contrario a questa drastica decisione: «I gozzi di oggi – spiega – sono stati costruiti nel 1973 dal Cantiere Giovanni Nervi. Hanno 45 anni e sicuramente sono stati tenuti male. Ma sono sanissimi. Io ho riparato e rimesso in sesto barche di 90 anni che sono tornate a navigare senza problemi. Sono convinto che con qualche ritocco e con una migliore manutenzione avremmo evitato di abbandonare questa tradizione».

«Probabilmente – continua il maestro d’ascia – sono troppo affezionato al legno, ma a mio parere la vetroresina è la rovina della nautica. Tutti pensano che serva meno impegno per tenere un gozzo in resina, ma non è affatto così».

E pensare che alcuni membri del comitato Palio Marinaro avevano anche chiesto a Pacitto di andare al cantiere che si è aggiudicato il bando dei nuovi gozzi (il Navicelli Yacht Service, al quale andranno circa 180mila euro) per fare da supervisore. «Ho rinunciato perché io rispetto chi lavora. Io ho sempre avuto a che fare con il legno, ormai le barche che costruisco le faccio senza un disegno. Ma della vetroresina non mi intendo. Che consigli avrei potuto dare su un materiale che non ho mai utilizzato?».

I gozzi a 10 hanno chiglie marce, stroppi rotti e ammaccature più o meno profonde sia dentro che fuori. Ed era diventato sempre più proibitivo restaurarli ogni anno. «È vero, ma si è voluti arrivare a questo punto – continua lui -. La tradizione si è iniziata a perdere anni fa quando si passò dai remi in legno a quelli in carbonio. Dissero che non c’era più nessuno che li costruiva. Ma a Donoratico c’è un cantiere che li fa».

Purtroppo, però, in città non c’è più nessuno che sappia armeggiare il legno. «Mio nonno faceva parte di una ciurma di antichi Risiatori e io ho sempre vissuto il mare da vicino fin da piccolo. Da ragazzo passavo pomeriggi interi a guardare i maestri d’ascia che lavoravano. Nel 1966 andai a lavorare in Venezia per tirare a terra i vecchi Navicelli. Ero un ragazzo di bottega e imparavo con l’esperienza, senza che nessuno mi avesse insegnato nulla. Anzi, i vecchi maestri d’ascia erano gelosi della loro professione e difficilmente si mettevano a spiegarmi come si faceva. Tutto ciò che so, l’ho imparato giorno dopo giorno». E così nel ’72 Fulvio Pacitto costruì la sua prima barca in legno (l’ultima, in legno di 5 metri e 40, nel 2017).

«Inizialmente i maestri d’ascia mi chiamavano “sciupa legno” per denigrarmi – ricorda -, poi però videro in me qualità e bravura e quando andarono in pensione, mi lasciarono tutti i loro arnesi. Fu una grandissima soddisfazione».

È per questo che, durante tutta la sua vita, Pacitto ha cercato di non commettere l’errore dei suoi predecessori, provando a insegnare ai giovani quest’arte. «Sono andato nelle scuole, ho fatto corsi con i ragazzi dell’Orlando, del Vespucci, dell’Iti, del Colombi e del Nautico. All’Iti collaboro con il professor Papini
che è appassionato di costruzioni in legno e spesso mi porta i suoi studenti. Purtroppo, però, nessuno è mai tornato per chiedermi di intraprendere questa professione. Serve passione, impegno, pazienza e voglia di imparare. Non è facile ma è bellissimo dar vita a una barca».
(Fonte: “Il Tirreno”)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *